Wagnerreise

per voce femminile e pianoforte
2013

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WAGNERREISE
Il nazionalsocialismo, in tutta la sua incredibilmente empirica volgarità, è la tragica conseguenza della estraneità (di tipo mitico) alla politica da parte dello spirito tedesco. […] Io trovo l’elemento nazista non solo nella problematica ‘letteratura’ di Wagner, ma lo trovo anche nella sua “musica”, nella sua, e sia pure nel senso più elevato, problematica opera. […] L’entusiasmo che genera, il senso di grandiosità che così spesso ascoltando Wagner si impadronisce di noi, ed è paragonabile soltanto alle sensazioni che in noi suscita la natura nei suoi aspetti più grandiosi, le vette delle montagne al crepuscolo, il mare in tempesta, non ci può far dimenticare che quest’opera (la quale è stata creata “contro la civilizzazione”, contro la cultura e l’educazione nel loro complesso, quali si sono affermate e ancora predominano dal Rinascimento), è espressione dell’epoca umanistico-borghese tanto quanto la dottrina hitleriana; non possiamo dimenticare che […] con le sue rime allitteranti, con la sua mistura di primitivismo e di futurismo, con il suo appello ad un popolo-massa senza divisione di classe, con il suo rivoluzionarismo reazionario-mitico, essa è l’esatta prefigurazione spirituale di quel movimento “metapolitico” che oggi incute terrore al mondo intero.
Mann, Thomas, A letter on the German culture that produced both Wagner and Hitler (1940), trad. it. in Mann, Thomas, Dolore e grandezza di Richard Wagner. Discanto edizioni, Fiesole 1979, pp.99-106.

Quest’anno il centenario Verdi-Wagner ha fatto da protagonista nella vita musicale.
In fondo queste commemorazioni possono anche essere una chiave di lettura della storia accettabile, a patto che la rilettura porti con sé ragioni condivise di un’attualizzazione, una calibratura del criterio di valore che proietti la figura e l’opera del compositore nel futuro.
Nel caso di Verdi e Wagner è fuori di dubbio che non c’era bisogno anche del centenario, ma Wagner non è stato Palestrina, e sarebbe da struzzi rimuovere il fatto che la sua Tetralogia sia stata considerata una sorta di Sacro Graal musicale dai nazisti.
Un fotografo di Monaco di Baviera, certo Hoffmann, nel 1923 fece un servizio fotografico ad Adolf Hitler, producendo un gran numero di immagini in posa da cantante lirico, con i tipici gesti e i tipici sguardi di un tenore sul palcoscenico. Se teniamo in mente alcune di queste immagini e si osservano i documentari girati durante le apparizioni dittatoriali nelle quali Hitler urlava alle folle, ci accorgiamo che quella gestualità non differisce molto dalle foto scattate un decennio prima. Questa considerazione, unita ad altri documentari dell’epoca nei quali si vede Hitler che entra nel teatro di Bayreuth per ascoltare le opere della Tetralogia accende una luce rossa, un segnale di pericolo del quale quel genio di Wagner non ebbe alcuna responsabilità. La lapide che ricorda la sua scomparsa fu murata sull’ingresso del Palazzo Vendramin Calergi di Venezia tanto tempo prima di tutto questo e della sua spinta rivoluzionaria dettata da valori lontani dalla follia nazista.
Allora perchè il nazismo fece sua la saga che Wagner aveva così genialmente disegnato, o, meglio, quali potrebbero essere gli elementi che furono colti dai meccanismi scellerati di propaganda razzista? Non basta pensare che queste opere creassero una storia eroica, un pedigree sul quale innestare le folli utopie, in realtà è la sua musica, incomparabilmente un capolavoro, che ha delle caratteristiche che potevano essere degenerate in una cultura di infimo profilo. Così come Göring razziava i capolavori rinascimentali, i nazisti si appropriarono di questi capolavori sonori che appartenevano allo stesso bagno di purificazione culturale, per un comportamento che invece si rivelava essere criminale, razzista e perverso. Resta di fatto però che l’esasperazione del cromatismo, lo slittamento continuo, quel tessuto armonico – melodico compulsivamente instabile poteva essere letto come morboso, in quell’ambiguità semantica che può essere attribuita anche ad altri compositori a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, in primis l’ultimo Scriabin.
Questo aspetto wagneriano conviveva con una specie di imperativo categorico sonoro, la reiterazione di note dell’accordo con un ritmo puntato, molto più semplice dell’uso simile che troviamo in Schumann, fino a parere un’esortazione eroica che a pochi millimetri di distanza suona come una musica militaresca, che era facile trasformare in militare.
Fa un certo effetto allora ascoltare la musica di Wagner nel film di propaganda tedesco Il trionfo della volontà, diretto da Leni Riefenstahl nel 1935. Il film documentava il raduno del partito nazionalsocialista svoltosi a Norimberga dal 4 al 10 settembre 1934.
Riascoltare oggi la Walkürenritt decantata da queste considerazioni è per me molto arduo; nel futuro auspico una nuova coscienza del ruolo della musica, proprio per il superamento di tutte queste considerazioni, ma non parlarne mai come è successo in questo 2013, tra centinaia di esecuzioni musicali, come se tutto questo non esistesse, lo trovo inquietante.
Viviamo la musica, anche quella più pesante e impegnata, in una dimensione generalista per una spettacolarità che non è più quella dei teatri d’opera ottocenteschi, il mondo è cambiato e il deposito culturale e musicale che abbiamo non necessita tanto delle solite investigazioni musicologiche, buone per carriere universitarie e simili, bensì di una ricalibratura da parte di chi ha la responsabilità della gestione della vita musicale, con scelte che derivano da una consapevolezza culturale che oggi devastantemente manca, che pare assente. In questa molteplicità ha prevalso certamente la linea storica della “Entartete Musik”, come la definirono e proibirono i nazisti quando Nel 1938 ne fecero una esposizione a Düsseldorf durante le “Reichsmusiktage”, anche se più presa con beneficio di inventario che eseguita nella vita musicale. Ma oggi forse dovremmo anche ridiscutere come la rilettura delle mitologie e delle forme di una oceanica saga wagneriana venga vissuta dopo tante avanguardie, dopo Boulez, Stockhausen, Cage, Berio, e qui varrebbe la pena di fare un lunghissimo elenco…
Così ho scritto WAGNERREISE questa estate, mentre ovunque si eseguivano V e W, costruendo un collage che gioca su frammenti presi dall’intero corpus di composizioni di Wagner, frammenti di una esplosa indifferenza agli aspetti problematici che questa musica oggi può determinare nei media. Ho creato un patchwork che induce a far riflettere sui vari livelli semantici che questa musica offre, al di la dell’impatto sui leitmotiv citati e della saga storica nella quale è immersa.
Il riferimento al Winterreise di Schubert è preciso non solo nel titolo, due frammenti schubertiani appaiono, il primo per identità di testo e dell’incipit melodico: Gretchen am Spinnrade – Meine ruh ist hin e il secondo, lo schubertiano Der Leiermann è come una sorta di oasi malinconica tra Sigfried e Das Rheingold.
Ho strutturato WAGNERREISE come un viaggio a ritroso, partendo da quella Elegie (Schmeichelnd), ultima pagina pianistica, quasi un addio, che Sviatoslav Richter spesso suonò per bis nei suoi concerti, e chiudendo con il finale della Sonata WWW21 (op.1) per pianoforte con clima sonoro che sembra vicino a Clementi.
Credo non sia per niente anacronistico costruire un hamburger di questo genere, una macinazione wagneriana che con opportune modulazioni fa passare da un frammento all’altro senza che ci se ne accorga. L’operazione evidenzia i due aspetti che prima descrivevo e improbabilmente può far venire alla mente quei cento pezzi per pianoforte che Rossini scrisse dopo che a trentasette anni si era allontanato dal palcoscenico. Brani come Hachis Romantique erano frutto di uno sguardo disincantato, sottilmente ironico ed autoironico sul potere dell’espressività della musica romantica. La sua maestria nell’uso della materia sonora non fu esente da una consapevolezza che lo rese distaccato e forse scettico nello stesso momento in cui V e W, ancora adolescenti, si formavano in una coscienza e una creatività che divenne produzione melodrammatica, con un impegno di politica culturale rivolto a una dimensione sociale diversa, con istanze risorgimentali e rivoluzionarie. Sappiamo bene come decenni prima Rossini ne fosse lontano, pur figlio di un padre rivoluzionario che lo aveva costretto a viaggiare adolescente da una città a l’altra per la sicurezza della sua famiglia.
La spinta patriottica ed eroica di allora oggi vive una modalità completamente differente che però conserva questi miti, creati appunto dal melodramma. E chiaro che il teatro d’opera oggi è un teatro di élite come allora, ma il potere della diffusione mediatica ha cambiato prospettiva e offre un’appropriazione di tutto questo in modo indiscriminato, acritico, teso soltanto a totemizzare elementi e figure che sono in cerca di consenso e questo per un vincolo di commercializzazione che per la cultura e per l’arte è tutto da discutere. WAGNERREISE va in controtendenza con questa celebrazione che nei media è anestetizzata completamente.
D.L.
In Moz Art – Pensiero, esperienze e forme del contemporaneo, n.5, Arezzo 2013

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(in preparazione)